Portare la DEI porta a porta

venerdì 26 giugno 2026

7 minuti

Portare la DEI porta a porta

Come un Open Day itinerante sta trasformando la DEI da valore dichiarato a pratica condivisa in Var Group

Come si fa a capire se le politiche di Diversity, Equity & Inclusion (DEI) stanno davvero funzionando in azienda? La risposta più evidente è osservare se le persone ne parlano spontaneamente nei corridoi e nelle sedi lontane dall’headquarter, senza che nessuno imponga loro di farlo. In Var Group, per far sì che l’inclusione diventasse il progetto di tutti e non solo degli addetti ai lavori, si è scelto di portarla fisicamente “porta a porta” tramite la costruzione di un Open Day itinerante.

C’è una domanda che mi torna spesso in mente quando parlo di DEI nelle organizzazioni: come faccio a capire se sta davvero funzionando?

Una risposta possibile è questa: guardo se le persone ne parlano tra di loro, nei corridoi, nelle sedi lontane dall’headquarter, senza che nessuno le abbia mandate a farlo.

Per me la DEI funziona quando diventa il progetto di tutte e di tutti e non solo di chi se ne occupa. In Var Group, nell’ultimo anno, mi sono posta questa domanda con una certa insistenza. Ho raccolto tante risposte e una di queste è stata la costruzione di un Open Day itinerante. Un evento in più tappe, che si sposta fisicamente nelle diverse sedi dell’azienda, portando la community DEI a incontrare le persone dove lavorano.

Ma può un evento come un Open Day generare cambiamento?

Quando penso a questa domanda, la prima immagine che mi viene in mente è quella dell’agorà greca: uno spazio aperto di incontro, ascolto e confronto, in cui le persone non solo si ritrovano, ma hanno anche l’opportunità di prendere parola, condividere prospettive diverse e costruire dialogo. E dove, se non qui, trovare la radice di un cambiamento in prima battuta intimo e personale e in seconda battuta più collettivo e sistemico?

Chi prende parte a un Open Day non è semplicemente destinatario di contenuti o iniziative: contribuisce a generare idee, relazioni, significati e nuove possibilità. È così che la persona diventa co-creatrice dell’esperienza stessa e fa sì che il cambiamento la attraversi lì dove si trova.

Una cultura non si annuncia, si porta dove le persone già sono.

La DEI in Var Group non è nuova. Esiste una community attiva da tre anni, ci sono progetti concreti, una DEI Leader, un cerchio della strategia che dà le linee di indirizzo. Il rischio, però, era che tutto questo rimanesse patrimonio di chi è già coinvolto: che la DEI diventasse una community di appassionati invece di una pratica diffusa. Quel perimetro, in un’azienda da 4.500 persone distribuite in undici paesi, è un problema serio.

La DEI funziona quando diventa il progetto di tutte e di tutti e non solo di chi se ne occupa

Come la DEI prende forma in Var Group

In Var Group la DEI non è un ufficio, né un programma annuale con una data di scadenza. È una community: un insieme di persone che, con ruoli diversi e in sedi diverse, hanno scelto di lavorare insieme su come l’organizzazione funziona: nelle riunioni, nella comunicazione tra colleghi e colleghe, nel feedback, nel modo in cui si distribuisce voce e si attribuisce merito. Una community che ha prodotto progetti concreti, parte integrante del percorso di trasformazione organizzativa più ampio.

Questo è già molto. Ma, a mio avviso, non è sufficiente se rimane patrimonio di chi ne è protagonista.

Il problema non è la qualità del lavoro fatto. La distanza tra chi è coinvolto e chi non lo è ancora, in un’organizzazione così distribuita, è strutturale. Non si risolve con una newsletter, un webinar in pausa pranzo, né con un evento centrale a cui partecipano sempre gli stessi. Si risolve andando: fisicamente, nelle sedi, a portare la conversazione dove le persone già lavorano.

Quando accade questo, vedo accendersi una scintilla: le persone percepiscono di avere un ruolo attivo nella costruzione di qualcosa e cresce il loro coinvolgimento.

Ed è qui che, per me, la comunicazione smette di essere uno strumento di diffusione e diventa qualcosa di più preciso: il modo in cui una cultura si incarna. Perché la DEI non attecchisce quando viene annunciata. Attecchisce quando viene praticata davanti alle persone, quando qualcuno risponde alle domande difficili in faccia a chi le fa, quando lo spazio per dire “non capisco” o “non sono d’accordo” è aperto e reale. Quando il gruppo che lavora alla DEI non è una “riserva indiana“.

Sono convinta che il cambiamento non nasca soltanto dalle azioni, ma prenda forma innanzitutto nelle persone: nelle loro convinzioni, nelle loro prospettive e nel modo in cui interpretano la realtà.

Portare la conversazione dove le persone già lavorano

Perché comunicare la DEI è già fare DEI

C’è un principio che considero valido per la trasformazione organizzativa in generale e per la DEI in particolare: se non la raccontiamo mentre accade, se non la portiamo fisicamente nelle sedi, se non la facciamo incontrare con le persone che non sono ancora dentro il perimetro, non scala.

Un documento non basta. Un comunicato non basta. Serve presenza, serve conversazione, serve che qualcuno risponda alle domande difficili in faccia alle persone che le fanno.

Per me, l’Open Day itinerante è un atto di comunicazione radicalmente inclusivo. Non si tratta di spiegare, ma di accompagnare. Di portare la cultura dove non è ancora arrivata, senza aspettare che le persone vengano a trovarla.

Tutto questo mi porta a riflettere anche sul significato più profondo della parola “open”. L’apertura è forse la condizione necessaria per ogni cambiamento autentico. Solo quando siamo aperti possiamo lasciarci trasformare da ciò che accade; diversamente, il cambiamento rimane qualcosa che osserviamo dall’esterno.

Un documento non basta. Un comunicato non basta

Diversity, equity e inclusion

Quando si parla di Diversity & Inclusion ci si concentra sul fatto che il punto di caduta è strategico, per l’azienda. Quindi non solo una questione da HR. Occuparsi di Diversità, Equità e Inclusione oggi non è più solo un nice-to-have,

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