Il nostro modo di parlare dell’Intelligenza Artificiale non è mai neutro. Quotidianamente utilizziamo un lessico basato su metafore legate alla predazione, alla malattia o alla digestione: diciamo di “dare in pasto” dati agli algoritmi, temiamo un'”infodemia” o rischiamo di “essere fagocitati” dalla tecnologia. Ma da dove nasce questo vocabolario spaventoso, e in che modo limita la nostra capacità di guidare attivamente l’evoluzione organizzativa e tecnologica?
Il nostro lessico sull’IA non è neutro. È il sedimento di un immaginario costruito prima di noi, romanzo dopo romanzo, film dopo film, e oggi circola nei media, nelle conversazioni, nelle organizzazioni, nelle scuole, senza che quasi nessuno lo riconosca come tale.
Ogni giorno diciamo che diamo informazioni in pasto all’algoritmo o in pasto a ChatGPT; siamo intossicati dai dialoghi con l’IA; quando stiamo online veniamo travolti dall’infodemia; diciamo che i computer si nutrono di dati, come se fossero organismi biologici; ci lamentiamo di essere inghiottiti dai feed, come se fossero vortici digestivi; divoriamo contenuti, facendoci noi stessi bestie fameliche; finiamo nel tritacarne dei social dentro un dead internet, col rischio di fare braindrain.
Il lessico contemporaneo usa continuamente, in italiano e in inglese, metafore digestive, epidemiche, legate alla dipendenza e alla malattia, predatorie, industriali, belliche o violente per parlare di tecnologie digitali e intelligenza artificiale generativa. Non è una coincidenza, ma forse non è nemmeno una scelta consapevole. È il risultato di un immaginario che ci precede.
Metafore per tecnologie digitali e intelligenza artificiale generativa
Da dove vieni?
I generi narrativi (letterari, cinematografici e seriali) non sono mai stati contenitori neutri in cui si creano storie: sono forme del linguaggio specifiche che selezionano ciò che una società immagina, teme o desidera.
Per esempio, la fantascienza da sempre esplora i confini del possibile e del permesso; il thriller politico mappa le anatomie del potere e del tradimento; le distopie elaborano le ansie collettive del presente proiettandole in un futuro riconoscibile. Ogni genere sviluppa naturalmente certi aspetti della realtà. In un certo modo, li rende pensabili.
La letteratura, per ragioni anagrafiche, ha ovviamente cominciato molto prima del cinema a lavorare sui nostri immaginari tecnologici. Frankenstein di Mary Shelley (1818) non è solo la storia di un mostro: è la prima grande narrazione moderna sulla creatura che diventa pericolosa per il creatore. E diventa pericolosa a causa del suo creatore, che ne prova disgusto. Un racconto sul confine tra scienza e responsabilità, o anche tra vita artificiale e dignità.
Un secolo dopo (1920) Karel Čapek conia la parola “robot” nel dramma R.U.R., immaginando macchine costruite per lavorare al posto degli umani che alla fine — indovinate? — si ribellano. Oggi (2026) conversiamo con un LLM e ci diciamo che si è offeso, che preferisce, che sta diventando qualcosa, che si sta ribellando al sistema estrattivo. Lo stesso dramma, lo stesso bisogno di proiettare intenzionalità su ciò che abbiamo costruito. La domanda non è se la proiezione sia giusta o sbagliata, ma piuttosto: cosa dice di noi?
Isaac Asimov, negli anni Quaranta e Cinquanta, prova a smontare quella paura con le sue Tre Leggi della Robotica: non la elimina, ma la sposta. A quel punto il nuovo problema non è la macchina ostile. La macchina è obbediente, ma interpreta male gli ordini.
Philip K. Dick continua il lavoro. Trasforma la domanda: l’ipotesi “la macchina si ribellerà?” diventa il più complesso “come facciamo a sapere chi è umano?”, aprendo la strada alla riflessione contemporanea sull’identità, sulla coscienza e sul concetto di autenticità.
Il cinema ha ereditato questi frame e li ha amplificati attraverso l’immagine in movimento. Dagli anni Settanta in poi ci ha accompagnato attraverso diverse incarnazioni della macchina: la coscienza ostile e silenziosa di HAL 9000 in 2001: Odissea nello spazio; gli androidi che chiedono di essere riconosciuti come vivi in Blade Runner; il cyberspazio come prigione consensuale in The Matrix; la sorveglianza predittiva in Minority Report. Black Mirror ha compiuto un passaggio ulteriore: la fantascienza è un presente appena distorto. Ogni episodio è un esperimento mentale su una tecnologia già esistente, portata un passo oltre.
Questi prodotti culturali non hanno solo parlato di tecnologia: hanno letteralmente preparato il modo in cui la tecnologia sarebbe stata ricevuta. Hanno sedimentato aspettative, costruito paure, insegnato metafore, dato forma visiva e narrativa al digitale. Prima ancora che arrivassimo a usare questi strumenti, forse prima ancora che esistessero per noi, sapevamo già, o credevamo di sapere, cos’erano. L’IA che “vuole dominarci”, il robot che “si ribella”, la macchina che “pensa” sono echi di un immaginario costruito nel tempo.
Il problema è che questo immaginario è quasi interamente distopico, quasi interamente occidentale, e quasi interamente costruito attorno alla paura.
Distopia e paura
Non facciamo tutto da sol*
Non costruiamo il nostro immaginario da sole e da soli: il discorso mediatico è il bacino in cui le categorie culturali sedimentate si trasformano in linguaggio quotidiano.
Ho guardato un campione di 127 titoli giornalistici pubblicati tra il 2025 e il 2026 e ho trovato esattamente quello che mi aspettavo. Una forte polarizzazione del racconto sull’IA, costruito quasi interamente attorno a due frame contrapposti: l’intelligenza artificiale come infrastruttura di potenziamento e l’intelligenza artificiale come fattore di destabilizzazione sociale e culturale, e nello specifico occupazionale.
Questa polarizzazione produce un vocabolario riconoscibile: paura, rischio, autonomia perduta, sostituzione, crisi, rivoluzione. L’IA “taglia il lavoro”, e d’altro canto sembra inevitabile che “non la controlleremo più”. I titoli oscillano continuamente tra promessa produttiva e rischio sistemico, spesso attraverso un’antropomorfizzazione: l’IA “dice che”, “pensa che”, “salva”, “combatte”. Come se fosse un soggetto con intenzioni, e non uno strumento con il quale ci stiamo ibridando e attraverso il quale stiamo evolvendo come individui e collettività.
Inoltre, quando il Financial Times chiama jobpocalypse la trasformazione del mercato del lavoro, non sta solo descrivendo un fenomeno consolidato: lo sta pre-configurando. Jobpocalypse, infodemia, braindrain, dead internet: questi termini nominano e anticipano al tempo stesso, rendono probabili e normalizzando gli scenari. Chi adotta queste parole ha già scelto un frame. I media, che lo vogliano o no, hanno una responsabilità enorme nel processo di significazione: l’apocalisse del lavoro può diventare la cornice dentro cui leggere ogni dato occupazionale che arriverà dopo, determinando sia come interpretiamo il presente, sia quali futuri riusciamo a immaginare — e, di conseguenza, costruire.
Le metafore non sono ornamenti del linguaggio, sono strutture cognitive che orientano l’azione. Così, se l’IA è un predatore, dobbiamo difenderci. Se è uno strumento, possiamo usarla. Se è un vortice, cerchiamo di non caderci dentro. Ogni metafora apre certe possibilità e ne chiude altre.
Le metafore sono strutture cognitive che orientano l'azione
I mostri (e la fine) ci servono
I mostri, però, non sono un problema. Così come le apocalissi.
Non lo sono mai stati. Ogni cultura ha prodotto il proprio corpus di mostri e creature liminali: esseri che abitano la soglia tra il noto e l’ignoto, che si ibridano con gli umani. Attraverso la mostruosità abbiamo sempre elaborato l’incomprensibile, tenendolo a distanza, senza ignorarlo o caderci dentro. I mostri possono essere considerati alla stregua di uno strumento cognitivo e ci permettono, da sempre, di stare con la paura e dentro la paura.
Allo stesso modo, le apocalissi culturali sono un racconto non necessariamente catastrofico, ma, anzi, un gesto di reintegrazione simbolica – per citare l’antropologo Ernesto De Martino: un modo per riorganizzare il presente attraverso l’immaginazione del collasso, per dare senso a una transizione che altrimenti potrebbe restare muta.
Forse, allora, il problema non è che usiamo metafore spaventose per l’IA o che parliamo di apocalisse. Il problema è che le usiamo inconsapevolmente in un contesto in cui solo il 45,8% degli italiani possiede competenze digitali di base — penultimi in Europa, dietro a tutti tranne la Romania (ISTAT, Rapporto annuale 2025) — e in cui, secondo il Quinto Rapporto Ital Communications-IISFA realizzato dall’Istituto Piepoli e presentato al Senato, il 77% degli italiani dichiara di usare strumenti di IA ma solo il 7% dichiara di conoscerli davvero. Quando il frame è l’unico strumento disponibile per leggere un fenomeno che non si comprende, smette di essere una scorciatoia cognitiva e diventa una categoria interpretativa dominante.
Da qui ne deriva che chi controlla il lessico con cui descriviamo l’IA può controllare la direzione in cui ci muoviamo rispetto a essa: quali soluzioni sembrano ragionevoli, quali reazioni sembrano proporzionate, quali domande ci sembrano più legittime di altre.
Tre etiche, una direzione?
La prima direzione etica che propongo è individuale. Ognuno di noi può scegliere, almeno in parte, quali metafore abitare e quali rifiutare. Non si tratta di igiene linguistica (non ci sono parole giuste o sbagliate) ma di consapevolezza: accorgersi quando stiamo usando un frame invece di descrivere una realtà, capire cosa quel frame apre e cosa chiude. Un’alfabetizzazione digitale e linguistica insieme. Sapere che “dare in pasto” e “collaborare con” descrivono la stessa azione ma costruiscono mondi diversi è già un atto di autonomia.
La seconda riguarda la responsabilità di chi produce cultura e informazione. Giornalisti, sceneggiatori, comunicatori, accademici: scegliere di antropomorfizzare l’IA, di titolare con l’apocalisse, di costruire ogni storia intorno al conflitto tra umano e macchina è una scelta politica. Produce aspettative, orienta decisioni o restringe il campo di ciò che sembra possibile.
Il terzo livello di responsabilità è il più difficile e, forse, il più urgente – e interessante: immaginare in altri modi. Non si tratta di dirsi cos’è giusto o sbagliato, di correggersi; piuttosto intendo la capacità di darsi possibilità diverse, di ampliare il repertorio di storie disponibili. Possibilmente con una cornice diversa da quella del conflitto.
Tre etiche, una direzione?
La storia più bella per noi, non quella che vende di più
Quella cornice esiste già. Roberto Marchesini, filosofo, etologo e teorico del pensiero postumanista, nei suoi scritti mostra che il racconto del conflitto (umano contro macchina, natura contro tecnica, autentico contro artificiale) non è l’unica storia disponibile. È solo la più vendibile.
Il suo pensiero sul postumano parte dall’umano come categoria non stabile e non autosufficiente. La specie umana si è sempre costituita attraverso il contatto con l’alterità, cioè con quello che non è umano: animali, strumenti, protesi, linguaggi, ambienti. Non c’è un “noi” puro da proteggere dall’IA, perché non c’è mai stato un “noi” puro. Siamo sempre stati ibridi, sempre in divenire attraverso le relazioni con l’alterità.
Questa prospettiva non nega i rischi reali della tecnologia, non ignora le asimmetrie di potere. Chiede però di rinunciare alla comodità narrativa del conflitto e stare dentro la complessità di una trasformazione che non ha ancora un nome stabilito.
Esistono già immaginari alternativi non distopici, non occidentali e non costruiti sulla paura. La fantascienza africana degli Afrofuturisti immagina tecnologie che non colonizzano ma liberano. La tradizione giapponese del mono no aware ha sempre pensato la relazione con le macchine come coabitazione malinconica, anziché come guerra o conflitto. Ursula K. Le Guin costruiva futuri in cui la tecnologia era uno sfondo, non era protagonista, e le domande erano sempre sull’organizzazione sociale, sul potere e sulla cura.
Questi immaginari esistono già e si possono prendere in prestito. Hanno meno visibilità perché hanno meno mercato, e hanno meno mercato perché il racconto del conflitto vende, e il racconto trasformazione evolutiva no. Ma sono disponibili e possiamo scegliere di abitarli.
L’IA non è un predatore, né tantomeno un dio. Non ci fagocita, non ci intossica, non ci divora. O almeno, non necessariamente. Certo, non è ancora chiaro cosa sia, e questa incertezza può essere vissuta come minaccia o come la condizione più fertile che abbiamo.
I mostri ci servono a guardare ciò che fa paura senza esserne sopraffatti, a fare spazio all’ignoto senza chiuderlo. Le metafore che usiamo costruiscono il mondo che abiteremo. E noi, per ora, siamo ancora in tempo per scegliere con che parole, e soprattutto attraverso quale immaginario, descrivere quello che stiamo diventando.

