Oggi sono rimasta senza AI per il down di Cloudflare e dopo qualche minuto di perplessità il mio cervello ha fatto uno switch, tornando a lavoro alla “vecchia maniera”. Scrivania, offline, foglietto stroppicciato di appunti per scrivere questo pezzo e tazza di tè. Vediamo se ci riesco.
Mentre aspettavo il ripristino delle mie IA – quel periodo strano in cui sei scollegata dal flusso costante di assistenti digitali – mi è venuto in mente uno scambio che ho avuto mesi fa con Pim de Morree, co-fondatore di Corporate Rebels.
Era un carteggio durato a lungo, e a un certo punto, quando gli ho proposto un articolo per il loro blog su un’azienda per cui allora stavo lavorando, mi ha risposto con una sincerità quasi brutale “I don’t feel your current blog brings enough new insights and depth for the readers that we haven’t published before”.
Niente fronzoli, niente compromessi. Pim stava dicendo, in sostanza, che il loro proposito è portare storie vere di trasformazione, non riscaldamenti di pratiche organizzative che cambiano i nomi ai ruoli della leadership – perché se il metodo di lavoro rimane lo stesso, che differenza fa se la/il CEO diventa “facilitatrice/tore” o “leader evolutiva/o”?
In quel momento mi è piaciuto molto il loro rigore. E mi piace ancora di più adesso, perché rivela qualcosa di profondo su come Corporate Rebels abbia costruito un movimento globale non solo attraverso un blog, un libro o lo storytelling in ogni newsletter, ma attraverso una coerenza incrollabile nel raccontare ciò che è davvero reale.
Una coerenza incrollabile nel raccontare ciò che è davvero reale
Il racconto come arma di trasformazione
Il viaggio di Corporate Rebels è iniziato in modo apparentemente semplice.
Nel 2016, Joost Minnaar e Pim de Morree, frustrati dal mondo corporate lento e noioso, hanno deciso di fare quello che chiunque frustrato dal proprio lavoro vorrebbe fare: lo hanno abbandonato. Ma non per andare in spiaggia.
Hanno creato una lista di organizzazioni pioniere sparse nel mondo e hanno iniziato a visitarle, a intervistarle, a imparare. Hanno parlato con oltre 100 leader visionarie e visionari, e osservato da vicino come alcune aziende tra le quali Haier, Buurtzorg, Patagonia e tante altre avevano smontato la piramide gerarchica e ricostruito il lavoro intorno a fiducia, autonomia e significato.
Di quel viaggio è nato un libro. Da quel libro è nato un movimento che oggi viene ancora mosso in oltre 100 paesi. E da lì?
Da lì è emerso quello che forse è l’aspetto più affascinante di tutta la storia: la scoperta che il racconto stesso è uno strumento di trasformazione.
Non la consulenza, non il framework, non la tanto citata matrice di Eisenhower.
Il racconto.
Perché funziona?
Perché quando leggi la storia vera di Satur a Panelfisa – un leader esausto che ha raggiunto un punto di rottura e ha scelto di guardare dentro se stesso prima di cambiare l’organizzazione – non stai leggendo un caso di studio.
Stai leggendo un avvertimento e un’ispirazione contemporaneamente. Stai sentendo che il “vero lavoro intelligente” non emerge da un decreto dall’alto che ci dice di cambiare, ma da una trasformazione interna che poi irradia verso l’esterno.
Come dice l’articolo You Can’t Change an Organization Without Changing Yourself: il cambiamento più grande non avviene nei diagrammi organizzativi, ma nelle teste delle persone.
Questo è il core del messaggio di Corporate Rebels: non puoi distruggere una gerarchia solo cancellando l’organigramma. La gerarchia vive nelle menti delle persone. Continua a vivere finché qualcuno continua a comportarsi come se fosse al comando e qualcun altro continua a comportarsi come se dovesse obbedire. Corporate Rebels racconta anche questo: dopo la trasformazione, alcuni esitano ancora nel prendersi responsabilità. Alcuni ancora aspettano gli ordini. Altri entrano in panico perché nessuno dice loro cosa fare. Ci vogliono mesi prima che le persone si liberino dal pensiero comando-controllo.
Ma ecco il punto: quando finalmente accade, il lavoro scorre.
Le decisioni accelerano. Le persone possiedono quello che fanno.
E tanti cari saluti a CEO, COO, CTO e compagnia bella.
Il cambiamento più grande non avviene nei diagrammi organizzativi, ma nelle teste delle persone
Dal libro al blog: il momento in cui si accende la rivoluzione
Nel 2019, il libro “Corporate Rebels: Make Work More Fun” – in Italia tradotto come “Corporate Rebels: 8 modi per trasformare radicalmente il lavoro” da Rubbettino – è esploso come una granata silenziosa nel mondo del management. Più di 150 interviste distillate in otto principi. Una mappa di come le organizzazioni evolvono: dal profitto al proposito, dalla piramide gerarchica alla rete di team, dalla leadership direttiva a quella supportiva, dal “pianificare e predire” allo “sperimentare e adattarsi”, dal segreto alla trasparenza radicale.
Il libro ha ricevuto il Radar Award da Thinkers50 nel 2019 – riconosciuto dai maggiori media del mondo, dal New York Times alla BBC, da Forbes al Guardian. Ma non è stato il riconoscimento dei media a fare la differenza. È stato il fatto che le persone ricevevano il messaggio e riconoscevano la propria frustrazione scritta nero su bianco. Riconoscevano le loro aziende – e le/i loro leader, e loro stesse e loro stessi – in quelle pagine.
Quello che è affascinante è come i Corporate Rebels non hanno smesso di scrivere dopo il libro. Il libro è stato il consolidamento di un racconto, non la sua conclusione. Il loro blog continua. Ogni articolo che pubblicano torna al momento in cui le/i changemakers di una Panelfisa o un team di Buurtzorg hanno dovuto affrontare il momento più difficile della trasformazione: il momento in cui la teoria incontra la resistenza umana.
Perché è qui che la maggior parte dei cambiamenti organizzativi muore. Non quando il nuovo modello è proposto. Ma quando viene implementato e le persone scoprono che eliminare i titoli di lavoro non elimina il bisogno di potere. Che la trasparenza radicale fa male prima di fare bene. Che l’autonomia è terrificante finché non è supportata da una cultura che davvero la permette.
La trasparenza radicale fa male prima di fare bene
Community come conseguenza della coerenza narrativa
Ecco dove entra in gioco la Rebel Cell italiana. E questa non è una sezione promozionale di un articolo. È il cuore di ciò che voglio dire.
Kopernicana ha coordinato l’assembramento di aziende che credono nel cambiamento, tra le quali Var Group, Bayer Italia, Gruppo Colombo, WI Legal, Boundaryless, RedLab, Arsenalia, Peoplerise, Decentral SB – Impact by design. Queste organizzazioni non sono state reclutate attraverso un modulo online o una proposta commerciale. Si sono trovate intorno a un tavolo perché leggevano gli stessi articoli nel blog Corporate Rebels, riconoscevano la stessa frustrazione, sperimentavano le stesse tensioni.
La Rebel Cell italiana si riunisce fisicamente e online. L’ultimo incontro è stato al Summit di Barcellona – e qui il cerchio si chiude davvero, perché il Summit 2025 di Corporate Rebels (20-21 novembre) ha riunito 200 pioniere e pionieri da tutto il mondo attorno ai nomi più grandi del movimento: Frederic Laloux, autore di “Reinventare le organizzazioni“, il libro che ha fatto da precursore a questo momento; Jos de Blok, fondatore di Buurtzorg, l’organizzazione che ha rivoluzionato l’assistenza domiciliare mettendo 15.000 infermieri e infermiere in piccoli team autonomi; Lisa Gill, host del podcast Leadermorphosis.
Questi nomi non sono casuali. Sono le voci e gli insegnamenti che il movimento rispetta perché hanno smesso di scrivere teoria e hanno iniziato a vivere la pratica. Hanno veramente trasformato quello che per decenni era una critica “accademica” al management tradizionale e non vedeva applicazioni reali.
Ma la Rebel Cell italiana rappresenta qualcosa di più. Rappresenta il momento in cui il racconto smette di essere consumo individuale – leggo un articolo, mi ispiro, torno al lavoro – e diventa collettivo. Quando le persone si incontrano e confrontano nella cellula accade la magia della community: si riconosce che la trasformazione organizzativa non è un viaggio in solitaria. È una navigazione in mare aperto, una barca a fianco all’altra.
La Rebel Cell italiana
La difficoltà che gli articoli non nascondono
Quello che mi ha sempre colpito del blog Corporate Rebels è la loro refusa di vendere una versione facile come “La parte più difficile di una trasformazione? Disimparare le vecchie abitudini. Puoi liberarti dell’organigramma. Ma la gerarchia? Vive nella testa delle persone”.
È un messaggio così anti-marketing che sembra quasi eretico in un mondo dove di solito i guru del management ti promettono il paradiso se compri il loro corso.
Corporate Rebels invece dice: ci vorranno mesi. Farai errori. Alcune persone andranno via perché il cambiamento le spaventa. Altre rimarranno e scopriranno una libertà che non sapevano di poter desiderare.
Questa onestà ha creato community. Perché quando Var Group inizia a raccontare il suo percorso di trasformazione verso leadership distribuita su 3.000 dipendenti, e quando quella storia viene condivisa nella Rebel Cell, le altre organizzazioni non si sentono isolate. Si sentono parte di un movimento che non vende illusioni.
Un movimento che non vende illusioni
La trasformazione come racconto collettivo
In fondo, quello che è successo è che il raccontare come pratica ha creato una comunità di pratica. Non è il blog che ha creato le Rebel Cells. È stata la volontà di raccontare la verità di quello che il cambiamento costa – dolori di varia natura, la confusione, gli steps back, le vittorie – che ha attirato le organizzazioni intorno a uno stesso tavolo.
Per chi vuole entrare nel racconto
Se riconosci la frustrazione di cui parlo, se lavori in un’organizzazione che sente questa tensione tra il modo vecchio e qualcosa di nuovo, la tua porta è il blog di Corporate Rebels. Leggi gli articoli veri, quelli che non nascondono la difficoltà.
In questa speranza di cambiamento, se pensi che la tua organizzazione potrebbe far parte di questo movimento, allora scrivi via email alla Rebel Cell italiana. Contatta Kopernicana. Fai sapere che vuoi esplorare.

